• IL MECCANISMO DELLA DIPENDENZA: (RI)CONOSCERLA PER GESTIRLA.

    14-11-16


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    INCONTRO AD INGRESSO LIBERO, DOMENICA 27 NOVEMBRE 2016, ore 17.00, presso Biblioteca San Giovanni, via Passeri 102, Pesaro

    Libertà: non chiedere nulla. Non aspettarsi nulla. Non dipendere da niente.” (Ayn Rand)

    Quanto ci piacerebbe riuscire a realizzare ciò che suggerisce questo aforisma? Invece, il più delle volte la realtà è ben diversa. La realtà è che siamo tutti dipendenti, da qualcosa o da qualcuno, tutti abbiamo a che fare con questo stato.  La dipendenza è una condizione per cui la sopravvivenza, il benessere e la gestione delle nostre azioni quotidiane non è stabilita da noi stessi, ma da qualcun altro o da qualcos’altro. Questa condizione però non è necessariamente disfunzionale. Siamo soliti dare al concetto di dipendenza un’accezione negativa, collegandolo ad esempio all’abuso di sostanze stupefacenti. Invece, esistono diversi tipi di dipendenze indispensabili e necessarie per un sano sviluppo della persona. Pensiamo a un neonato: dipende totalmente dalle figure di accudimento per il soddisfacimento dei propri bisogni. Così come un ammalato dipende da chi può prendersi cura di lui per la propria sopravvivenza. La relazione dipendente, sia con una sostanza, sia con una persona o con certe situazioni, assume connotazioni patologiche quando diventa un comportamento fisso e rigido, determinando un cambiamento in negativo della qualità della vita. Ad esempio, quando lo svolgimento della quotidianità ruota totalmente intorno al soddisfacimento impulsivo di alcuni bisogni, provocando pensieri ossessivi, irrequietezza, impulsività, fino ad arrivare ad azioni aggressive (Dizionario internazionale di psicoterapia, G. Nardone- A. Salvini, 2011).

    Quindi, la condizione di dipendenza è una tipologia di relazione che caratterizza normalmente la vita di ognuno di noi. Relazione che si gioca all’interno della distinzione tra bisogni e desideri, i quali sono strettamente correlati fra loro. Al di là delle varie differenze, ciò che li accomuna è il piacere che deriva dal loro soddisfacimento. Tutto ciò che può diventare per noi un bisogno del quale non riusciamo più a fare a meno, può nascere anche come desiderio, il quale però, superato il limite della gestibilità, diventa una necessità irrinunciabile.  Dunque, il ciclo del bisogno si esaurisce nel suo stesso soddisfacimento. Questo ciclo può essere vitale, ma può essere anche il principio che sottostà alle dipendenze: abbiamo bisogno di qualcosa, agiamo per ottenerla, appena ottenuta siamo soddisfatti, ma quando passa l’effetto ricominciamo a sentirne di nuovo il bisogno. Ad esempio, il bisogno di cibo può essere confuso con il desiderio di mangiare, ma soddisfare un bisogno di nutrimento e desiderare un cibo sono due cose diverse.

    L’indizio principale per comprendere che in noi è in atto una dipendenza è la negazione della dipendenza stessa, spesso riconosciuta come abitudine, vizio, piacere o  sfizio. Ma più si nega di essere dipendenti da qualcosa (o da qualcuno) e più lo si è! Una volta riconosciuto che siamo dipendenti, tendiamo a volerci liberare dalla nostra dipendenza, ma solo quando questa ci crea una sofferenza. Finché una dipendenza ci soddisfa, ci dà piacere, non vogliamo eliminarla. Ma quando comincia a farci star male, ce ne vogliamo liberare. E come cerchiamo, solitamente, di liberarcene? Tentando di allontanare da noi l’oggetto della nostra dipendenza. Ma, il più delle volte, questo non serve a superare il problema. Per risolvere il problema bisogna affrontare la dipendenza ma, soprattutto, capirne la logica. L’errore che si fa usualmente  è considerare “astinenza” e ”intossicazione” (con tali termini si intende, rispettivamente, la rinuncia a certe sostanze e/o comportamenti, oggetto di una dipendenza, e la loro assunzione)  come due stati opposti, senza alcun legame. Invece, la natura del problema risiede proprio nella relazione tra l’astinenza e l’intossicazione. Si tende a vedere l’errore nell’intossicazione e si cerca di eliminarla, considerando l’astinenza lo stato corretto e spingendosi verso tale direzione. Invece,  bisogna cercare di eliminare lo sforzo dell’astinenza, perché è proprio tale sforzo che ci farà ricadere nell’intossicazione. Le diete sono un esempio di questo meccanismo: più mi privo dei cibi che desidero, astenendomi dal mangiarli, più ne alimento in me il desiderio, che presto diventerà un bisogno di “intossicarmi” di quei cibi di cui mi sono privata. Oppure, possiamo citare forse il più famoso esempio di questo concetto, tratto dalla letteratura italiana, quello dell’ “l’ultima sigaretta” di Zeno, in cui ogni tentativo del protagonista di smettere di fumare non è che uno stimolo ulteriore al desiderio: “Mio padre andava e veniva col sigaro in bocca dicendomi: <Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!>. Bastava questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, per permetter midi correre alla mia sigaretta” (La coscienza di Zeno, Italo Svevo).

    Vorrei concludere con uno spunto di riflessione, suggerito da  Krishnamurti, su un aspetto paradossale della dipendenza: quasi tutti cercano la dipendenza. Se da un lato non vorremo dipendere, dall’altro ci mettiamo noi stessi in condizione di dipendenza. Cosa accade, in effetti, con le relazioni? Cerchiamo amici. O un compagno. Quando ci sentiamo innamorati di qualcuno, ne diventiamo, in un certo senso, dipendenti. Come avviene questo? Se per un bambino, come abbiamo visto, è naturale dipendere dai genitori che si prendono cura di lui, crescendo poi, questa dipendenza continua. Cresciamo e continuiamo a restare attaccati a qualcuno, in qualche modo a dipenderne. Se non abbiamo qualcuno a cui appoggiarci, che ci dà un senso di sicurezza e protezione, ci sentiamo soli, perduti. Questa dipendenza da un’ altra persona la chiamiamo amore. Ma, in realtà, la dipendenza non è amore: è paura. Molte persone hanno paura di stare sole, di pensare autonomamente, di scoprire il proprio significato da dare alla vita. Continuare a dipendere quando si è adulti significa rendersi incapaci di pensare e di essere liberi.

    Un ruolo fondamentale per interrompere questo meccanismo è rivestito del grado di motivazione di chi vuole imparare a gestire il proprio rapporto con la dipendenza, non dalla forza di volontà, come si è soliti credere. Tutt’al più, l’utilità della volontà la possiamo riscontrare nelle parole di Frédéric Dard: La vera indipendenza consiste nel dipendere da ciò che si vuole.